I tagliani? Tutti “chiacchiere e debito”

Parte 1°

 

Sono dei Sumeri (Iraq/Iran) le prime testimonianze storiche di “contabilità”. Per ogni pecora che usciva dall’ovile accantonavano in un mucchietto una piccola pietra, al ritorno del gregge toglievano una pietra per ogni pecora e il confronto era fatto. Per diversificare i vari mucchi di pietruzze, a seconda del tipo di bestiame che entrava e usciva dai recinti, iniziarono ad usare la possibilità dell’argilla di essere plasmata in forme che ricordavano gli animali stessi, poi iniziarono a formare, con l’argilla, delle “sacche” in cui conservare nel tempo tale contabilità. Queste sacche, piene di sassolini, chiamate imna“pietra d’argilla”, perché si indurivano – erano anche facilmente conservabili e trasportabili. I popoli che in seguito occuparono quei territori, assiri e babilonesi, spostandosi per i loro commerci sempre più verso il mediterraneo, diedero a quelle sacche il nome di abnu “pietra” – termine che i marinai latini trasposero in calculus, “sassolini”, da cui deriva il termine “calcolo”.

Sempre i sumeri, 4.000 anni fa, dalle rive del Tigri e dell’Eufrate ci hanno trasmesso le prime testimonianze di “contabilità” . Trascritti su migliaia di “tavolette” d’argilla, oggi è possibile conoscere quanti agnelli, piccioni o frumento era necessario offrire per tenersi buono il Re ed essere in pace con gli dèi. Non tutti, però, potevano sacrificare quanto esigeva la prassi religiosa e i sacerdoti del tempio, custodi del tesoro reale, iniziarono ad accettare figli e figlie (vergini) del debitore come pegno di una promessa di pagamento, tutti i debiti venivano trascritti su tavolette di creta “ufficializzate”  dal sigillo del tempio. Per gli insolventi erano previste pene durissime, dalla vendita come schiavi dei figli dati in pegno alla pena di morte. Furono sempre i sumeri, con i loro sacerdoti, che posero le basi della pratica del finanziamento commerciale basato sul “debito”. Utilizzando il “surplus”, da loro gestito, delle offerte al Re e agli dèi, oltre alle provviste di viveri necessari per il lungo viaggio, fornivano ai carovanieri che si avventuravano verso il mediterraneo, anche i pegni e gli “schiavi” non riscattati dai debitori come merce da vendere sui mercati. Inutile dire che anche i carovanieri lasciavano qualcuno dei loro figli in pegno per il pagamento del “prezzo” delle merci affidate in “conto vendita” più una percentuale sul guadagno. Il sigillo reale apposto sulle tavolette, conservate nel tesoro del tempio, non bastava, però, ad assicurare che i debitori “onorassero” quanto promesso. Serviva una minaccia più spaventosa delle pene corporali e i sacerdoti cosa potevano minacciare di più terribile se non “la dannazione eterna” per gli insolventi?
Bisognava però giustificare il tutto come se fosse un obbligo prescritto dagli dèi, sicuri esecutori del supplizio eterno e custodi dell’anima nell’aldilà. E da chi potevano trarre ispirazione i sacerdoti sumeri se non dalla vicina India, la terra mistica per antonomasia?

“Quando nasce, ogni essere è nato come un debito dovuto agli dèi,
ai santi, ai padri e agli uomini.
Se uno fa un sacrificio, è a causa di un debito dovuto agli dèi fin dalla nascita.
Se uno recita un testo sacro, è a causa di un debito dovuto ai santi.
Se uno desidera una prole, è a causa di un debito dovuto al padre dalla nascita.
Se uno offre ospitalità, è a causa di un debito dovuto agli uomini.”

“Brāhmaṇa dei cento percorsi” XI sec. A.c.
(commenti ai Rituali Veda – XVI sec. A. c.)

Messaggio che sulle sponde del Mediterraneo, dove i mercati si evolvevano e il peso dei debiti insoluti si faceva sempre più grande, diventa un saggio avvertimento per quel popolo che più volte nella sua storia aveva riscattato a caro prezzo la sua schiavitù:

“Il ricco domina sul povero e chi riceve prestiti è schiavo del suo creditore.”

Bibbia – Proverbi – 22,7 – VIII sec. a.c.

Antico e nuovo testamento si fondono in quella parte del Discorso della Montagna che tutti noi recitiamo:

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”
“Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi;
ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”.

Matteo 11,12 – 14,15 – I sec. d.c.

È la ricerca della benevolenza dei propri dèi che ispira da oltre 40 secoli la convinzione che pagare i propri debiti sia un obbligo propedeutico alla salvezza eterna. Per non bruciare all’inferno per l’eternità bisogna saldare il debito verso gli dèi e il Re: salvo sperare in una ricca donazione postuma degli eredi che possa salvare l’anima del defunto debitore insolvente.
Sono in molti, però, nei secoli successivi, che più preoccupati della loro vita terrena che delle minacce dei custodi del tempio, approfittano della perduta onorabilità di sacerdoti e sovrani per sfruttare, a loro vantaggio, il sempre più diffuso senso dell’onore. Sostituiscono monasteri e palazzi reali con le banche come destinatarie dell’obbligo salvifico della remissione del debito

“Datemi il controllo della moneta di una nazione e non mi importa di chi farà le sue leggi.”

Mayer Amschel Rothschild (1744 – 1812)

Capostipite della famiglia di banchieri che influenzano ancora oggi la finanza mondiale. Uno dei suoi nipoti era fra i principali finanziatori del Regno di Sardegna prima e del Regno d’Italia dopo. Il 10 marzo 1863 veniva approvato, su richiesta dell’allora Ministro delle Finanze Quintino Sella, un oneroso prestito di 700 milioni netti, collocati a 71 lire, per un totale nominale (comprese le provvigioni) di poco più di 1 miliardo di lire (all’epoca il bilancio statale non superava gli 8 miliardi). Il prestito fu concesso dal banchiere Rothschild di Parigi, per il collocamento sul mercato francese. Esso venne emesso al saggio effettivo di 7,04 lire, cioè a un tasso d’interesse molto elevato per quell’epoca.
A tale riguardo il senatore Siotto-Pintor nel dibattito parlamentare sulla “gestione” di tale debito, alla presenza del neo Presidente del Consiglio Marco Minghetti; concludeva:

“Il malcontento è grave, un senso di malessere si diffonde in tutte le classi della società. Le sorgenti della ricchezza vanno a disseccarsi. Noi facciamo il lavoro di Tantalo o di Penelope. Il signor Rothschild, re del milione, è, finanziariamente parlando, re dell’Italia”

Atti Parlamentari, Discussioni del Senato,
sess. 1863-65, v. IV, p.3091.

Erano i primi anni del Regno d’Italia ma l’antica pratica dell’arricchirsi indebitando lo Stato utilizzava metodi sempre più efficienti. Un esempio di quanto fosse facile arricchire il privato a spese dello Stato è evidente in quello che si realizzò con la legge n.3048 del 27 aprile 1885. Per rendere omogenea la regolamentazione ferroviaria in tutto il territorio del Regno, si acquisirono gli altri pochi impianti fissi (stazioni e binari) che non erano ancora di proprietà dello Stato e si concesse l’esercizio di tutte le ferrovie a tre società private. Le Società di esercizio acquistarono tutto il materiale rotabile (locomotive, carrozze e vagoni) dallo Stato per 265 milioni di lire, somma su cui lo Stato si impegnò a pagare l’interesse del 5,79% annuo.
A tale riguardo l’economista, nonché parlamentare, J.Tivaroni, autore di “Storia del debito pubblico del Regno d’Italia” scriveva: «Che il venditore, oltre a consegnare la merce, debba pagare anche un interesse sul prezzo che ne riceve, crediamo che sia un contratto non frequente, il quale assume piuttosto il carattere di mutuo su pegno che di compravendita”.
Le tre Società concessionarie, alle quali era stato demandato il compito dello sviluppo della rete ferroviaria, a distanza di soli tre anni, presentarono l’aggiornamento del preventivo già concordato portandolo a 2431 milioni di lire (invece di 1260), di cui 821 già spesi.
Sempre l’economista Tivaroni commentava che in quegli anni: “Si sprecarono somme ingenti per costruire delle ferrovie, senza che avessero merci e viaggiatori da trasportare; per scavare porti senza navi da ospitare, per creare delle preture senza cause, degli impiegati senza lavoro, delle scuole senza scolari”.

Si aumentava allegramente il peso del debito pubblico tanto che “nessuno allora credeva che il nuovo Regno fosse tra i più poveri d’Europa, tanto è vero che i confronti fra le nostre spese pubbliche e quelle degli altri Stati venivano istituiti esclusivamente in base al manchevole criterio del numero degli abitanti e non della ricchezza relativa”.
Il deputato napoletano, Giuseppe Lazzaro, eletto nel vicino collegio di Conversano, scoraggiato dalla vista del rimpallo di responsabilità fra i vari ministri che si alternavano alla guida delle finanze e dallo scempio che veniva compiuto a danno delle casse dello Stato, così dichiarava in aula:
“A me pare che in quattro o cinque anni dacché stiamo qui riuniti, la questione finanziaria non ci abbia presentato null’altrochè una serie di illusioni, e per conseguenza una serie di disinganni; e si potrebbe ancora dire che i diversi Ministeri si sono demoliti gli uni e gli altri; i precedenti illudevano sé e il paese; ed i successori demolivano i primi mostrandosi illusi, aspettando gli altri che li demolissero a volta loro dimostrando il disinganno”

on. Giuseppe Lazzaro
Atti parlamentari, Discussioni della Camera

seduta del 13 aprile 1865 – pp.8694 ss.

Qualche anno dopo, lo stesso deputato campano, dopo aver sollecitato il governo ad utilizzare con più moderazione lo strumento delle imposte per le necessità della finanza pubblica, così sente rispondere il Ministro:
“L’On. Lazzaro dice: non siamo noi che abbiamo votato il macinato. In fatto d’imposte, per verità, non so che cosa abbiate votato. Credo che non ne abbiate votata alcuna. Avete solo votato le spese, e moltissime ne avete domandate. Ora io credo che realmente s’impongano aggravi ai contribuenti non quando si votano imposte, ma quando si votano spese. Siete quindi perfettamente solidali con noi nell’attuale situazione: e coloro che ebbero il coraggio di votare le imposte sono perfettamente giustificati a compiacersene, perché con ciò hanno salvato il paese”

Quintino Sella, Ministro delle Finanze
Atti parlamentari, Discussioni alla Camera,
Il dicembre 1872, pp. 3685-86

Questi gli’tagliani dei primi 40 anni.

continua…

Bari, se ci fosse Tatarella

La ragione della crisi strutturale del centro-destra è dovuta certamente alla mancanza di classe dirigente che parli un linguaggio moderno, che parli non solo ai giovani ma a tutti quelli che non sono nel “palazzo”, qualcuno che esprima qualcosa che possa interessare anche alle “vittime oneste” del manovrismo partitico attuale. Questa parte di opinione pubblica assolutamente di destra, calatasi nel proprio lavoro pur non avendo dimenticato i vincenti tempi antichi, non fa nulla perché si ricreino le premesse per farli ritornare. Allora ecco lo scossone: la proposta di Pinuccio, sì proprio Pinuccio Tatarella!! E allora possiamo pensare di aprire il tavolo della Politica! Bisogna riattivare “l’armonia” economica, sociale, sanitaria, sul lavoro, sulla sicurezza, difesa dell’ambiente. Quindi è chiaro che le elezioni del Sindaco, se ci fosse Pinuccio Tatarella sarebbe un’occasione unica per rispolverare tutto quello che in questi anni si è coperto di polvere per colpa di politiche anche culturali dimenticate, se non assenti. Pinuccio relegherebbe le grandi menti economiche nel recinto del castello e attorno costruirebbe, invece, confronti e dibattiti preparatori e di riflessione. Poi coinvolgerebbe il mondo universitario, per cominciare metterebbe i professori in “piazza” per studiare e proporre formule che possano costituire uno stimolo per il “nostro” Bari. Darebbe spazio alla fantasia degli studenti del Politecnico come dei liceali dell’artistico e dell’istituto d’arte, del Flacco per disegnare una “economia” solidale. E infine radunerebbe gli artisti locali per far diventare ogni piazza di Bari un palcoscenico teatrale per rallegrare le serate. Qualcuno assuma una vera iniziativa senza veti incrociati!!!

Rosario Polizzi
Docente universitario di Medicina, già assessore regionale e deputato
(Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 27/7/18)

Interesse nazionale contro

l’interesse da capitale

Sembra di essere tornati al 1940, tutti in piazza Venezia ad ascoltare il Duce, pronti ad andare contro “le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”, tutti convinti dai falsi rapporti, sulla efficienza e consistenza delle forze armate italiane, che avevano illuso il duce e il popolo italiano di poter sostenere e vincere una guerra. Dopo quasi 80 anni siamo tornati a parlare di guerra contro il predominio dell’alta finanza straniera che utilizza come marionette i politici e governanti italiani. Siamo tornati al “Manifesto di Verona” del ’43 dove al punto 8 si legge: “Fine essenziale della politica estera della Repubblica dovrà essere l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della Patria nei termini marittimi ed alpini segnati dalla Natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia, (….) Tale politica si adopererà inoltre per la realizzazione di una comunità europea, con la federazione di tutte le Nazioni che accettino i seguenti principi fondamentali:

  1. a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro Continente;
  2. b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali;
  3. c) valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in ispecie musulmani, che, come l’Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati.”

Oggi i salvimaio, Salvini, l’uomo del nord, e Di Maio, l’uomo che ha dimenticato il sud, ci spingono ad entrare in guerra senza alcuna preparazione, una “chiamata alle armi” senza armi idonee ad affrontare il nemico. I salvimaio ci dicono sia un bene abbandonare l’euro ma non ci dicono come e con cosa sostituirlo. Non ci dicono, innanzitutto, se il debito nazionale dobbiamo continuare a pagarlo oppure no; se dobbiamo continuare a pagare un interesse annuo del 3% su 2200 miliardi di debito (66 miliardi all’anno) o possiamo pagare interessi al  6/7 se non anche oltre il 15 % come quello che hanno fatto pagare alla Grecia qualche anno fa. Sarebbero 310 miliardi l’anno, solo di interessi.

Oppure azzerare i debiti non pagandoli? Significa fare default come l’Argentina, come prossimamente farà il Venezuela, rischiando di vivere di stenti come in Grecia. Non pagare i debiti sarebbe immorale ma molto bello, ancora più bello di quello che il prof. Savona suggeriva: vendere una larga parte delle proprietà statali e portare il debito pubblico al 60%. Cioè vendere  il Colosseo o la torre di Pisa, magari ai cinesi, l’Ilva di Taranto (e poi comprare l’acciaio dai tedeschi) insomma sarebbe come darsi tante botte sul sottopancia. Gli italiani sono un popolo di grandi uomini e sarebbero in grado di vincerla la guerra per l’interesse nazionale contro l’interesse usurario da capitale delle plutocrazie. Una giusta guerra contro chi per anni ha manovrato contro l’interesse nazionale della nostra nazione con l’aiuto dei tanti piccoli uomini vestiti in grisaglia ministeriale seduti nei banchi del parlamento. Vinceremmo e sarebbe bello. Ma abbiamo bisogno di qualcuno che sappia come e cosa bisogna fare e lo dica prima di entrare in guerra. Salvini e Di Maio no, non sono in grado di farlo.