A Modugno destra e sinistra hanno un nemico … in comune

Pino Oro

l’antipolitica demagogica.

Il filosofo greco Aristotele classificando l’uomo come “zoon politicon” animale politico – ne sosteneva la natura essenzialmente politica – “l’uomo è destinato a vivere con gli altri esseri umani e se così non fosse si troverebbe a essere una belva o un dio che non ha bisogno degli altri”- “La politica è ineliminabile dalla vita dell’uomo e colui che proclama la sua contrarietà alla politica, fa necessariamente politica.”
Ci sono varie forme di antipolitica, alcune si intrecciano con altre nella storia umana: c’è l’abbandono della politica per egoismo – lasciare il compito di governare agli altri preoccupandosi solo delle proprie faccende “tanto non cambia nulla, tanto vale pensare a se stessi”; e c’è l’antipolitica epicurea per la quale la vita politica, il rapporto dell’uno con tutti è abbandonato e l’essere umano sostituisce la politica con un’altra forma di condivisione materiale e spirituale “vivi nascosto – dice Epicuro – e sostituisci alla politica i rapporti interindividuali, e tra questi soprattutto l’amicizia; di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l’acquisto dell’amicizia”
Poi ancora l’antipolitica come la sofistica: “se è giusto ciò che stabilisce la legge perché le leggi non sono uguali dappertutto? Perché ciò che è giusto in un paese non lo è per tutti gli altri? Se così non è, questo è dovuto al fatto che le leggi sono frutto di convenzioni umane” … e pertanto i sofisti ponendo il dilemma “chi stabilisce cosa è giusto?” traggono la conclusione che “per prudenza e per la propria utilità bisogna rispettare la legge ma si può trasgredirla se conviene e spezzarla quando si ha la forza per farlo” – perché l’uomo ha bisogno di un criterio di giustizia, di un principio per il suo comportamento politico e morale stabilito in una convenzione che lo veda parte attiva della convenzione stessa – “faccio solo ciò che ritengo giusto per me”.  
C’è anche l’antipolitica dei delusi, di quelli che nel corso del tempo sono stati disorientati dalla politica e che la ritengono ormai una pratica fallimentare e quindi decidono di allontanarsene definitivamente chiudendosi nella loro  sfera privata; o ancora l’antipolitica passiva, quella degli esclusi, di coloro cioè che non hanno rinunciato all’esercizio della politica ma che non sono mai stati coinvolti – sempre “oggetto passivo” mai “soggetto attivo” della politica – che vivono ai margini della società in una vita spesa solo nella ricerca della sopravvivenza. È l’antipolitica dell’incolto che ha capito il trucco sofistico della falsa politica parolaia che serve non a spiegare, a chiarire ma al contrario a prevalere sull’interlocutore, a coprire i propri individuali interessi facendoli apparire come interessi di tutti, oppure a non riconoscere le proprie responsabilità ma a mascherarle con parole prive di contenuto. L’incolto rifiutando a priori la politica che usa un linguaggio che non capisce perché non gli appartiene e che disprezza come puro esercizio verbale ne rimane escluso.
C’è l’antipolitica passiva per antonomasia, l’antipolitica delle masse le cui agitazioni erano assai temute dalle classi dominanti. Quando le masse si mobilitano lo fanno il più delle volte contro le istituzioni, i nemici che le opprimono e le sfruttano. Le masse delle quali persino i marxisti diffidavano o meglio ne riconoscevano la validità solo come massa d’urto rivoluzionaria sotto la guida del proletariato.
È antipolitica attiva quella di chi contesta tutto ciò che riguarda le forme della politica condivisa, le strutture della democrazia politica accusandole di ideologismo, di astrattezza, di inutili procedure, fonti di lungaggini, a cui egli vuole contrapporre invece un fare, un’azione spiccia, pratica e fruttuosa. Il lascia fare a me. È la politica di chi si proclama antipolitico e vuole convincere gli altri della inutilità dell’esercizio politico, del ragionamento politico, di lasciar fare a lui che ha lo spirito e le capacità adatte, che sa gestire la cosa pubblica.
E c’è anche l’antipolitica acritica, promossa da chi contesta tutto ciò che viene dalla politica ma non propone nulla per il cambiamento, che in ogni atto politico evidenzia solo gli aspetti negativi e considera ininfluenti quelli positivi, che spesso neppure vede. Il mondo politico così com’è non gli sta bene ma in fondo non sa neppure lui quello che vuole; la classica posizione dell'”uomo della strada“, dell’uomo qualunque “stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole, che ragiona in base al buon senso comune che vede soluzioni facili a problemi che la politica complica inutilmente”, che vorrebbe affidare il governo del paese ad un “buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada al 31 dicembre e che non sia rieleggibile per nessuna ragione” (…) “ad un onesto amministratore che tenga un ordinato libro dei conti”. L’unico punto programmatico del “qualunquismo” era la durata in carica dell'”amministratore” e la sua non rieleggibilità, sospettando che altrimenti il prolungarsi dell’incarico avrebbe potuto trasformarlo in politico di mestiere. Il movimento antipolitico del “Fronte dell’Uomo Qualunque” ebbe vita breve. La stessa necessità di schierarsi politicamente per realizzare il suo programma contraddiceva la sua confusa impostazione ideologica e ne determinò la sua stessa fine.
In ultimo ma non meno significativa delle altre c’è l’antipolitica costruttiva che contesta il modo di fare politica del presente e auspica un nuovo modo di esercitare la politica. Quindi, non un rifiuto per il rifiuto, ma un opporsi per costruire una politica più vera ed alta. Un’antipolitica che rimane politica, che mira all’instaurarsi di un nuovo tipo di cultura politico-sociale, quella da cui si origina la rivoluzione intesa come radicale cambiamento nella forma di governo di un paese, che comporta spesso trasformazioni profonde di tutta la struttura sociale, economica e politica di un sistema perché come disse il britannico Rainborough nel 1647 – quando l’esercito inglese reclamò il diritto di decidere l’assetto definitivo che avrebbe dovuto avere il paese – “tutte le libertà popolari hanno avuto origine da un’usurpazione dei privilegi delle classi dirigenti” e che solo dalla rivoluzione può nascere una nuova politica finalmente intesa come “la sfera delle decisioni collettive sovrane” (G.Sartori).
Antipolitica quindi e demagogia, si propinano agli elettori promesse impossibili da mantenere e li si istiga contro gli avversari politici accusandoli di nefandezze e malcostume. Demagogia – demos agein – trascinare il popolo,  il demagogo fa leva sui sentimenti irrazionali e sui bisogni sociali latenti delle masse, alimentando la paura o l’odio nei confronti dell’avversario politico etichettandolo come “nemico pubblico”.
Antipolitica e demagogia, come combatterli? A Modugno li subiamo; siamo i primi in Italia ad avere come sindaco un anti grillino
eletto con i voti dei simpatizzanti di Beppe Grillo; un difensore ad oltranza di quella stessa costituzione che i 5Stelle vogliono cambiare, elettori delusi dai politici che votano un antipolitico.  Come venirne fuori? La soluzione era a portata di mano a gennaio, alle idi di marzo era già morta, chi ha vestito i panni di Bruto? Chi ne ha armato la mano? A Modugno non hanno ammazzato Cesare, certo, ma affossando l’elettorato moderato hanno fatto vincere l’antipolitica demagogica.

 

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