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Comunicazione e Comunità

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comuniIl termine Comunicazione viene usato attualmente per indicare l’insieme delle attività e delle tecniche finalizzate all’elaborazione, trasmissione, ricezione e anche conservazione di messaggi e simboli; fino a pochi decenni fa lo si utilizzava per individuare anche mezzi e vie di trasporto di persone e materiali. Attualmente la semiotica e la sociologia dei media fanno del concetto di Comunicazione l’argomento principale delle loro ricerche.
La crescente importanza del concetto di Comunicazione deriva soprattutto dallo sviluppo delle macchine destinate all’elaborazione e alla trasmissione di messaggi, i «media» in genere e sempre più i computer e dal diffondersi della consapevolezza di quanto tali macchine condizionino la vita sociale e culturale delle nazioni.
Già nell’Ottocento, la crescente importanza sociale della stampa e degli altri mass media attira l’interesse quasi esclusivamente per un aspetto: il problema della libertà di stampa. Considerata come elemento fondamentale dei sistemi politici liberali e inizialmente difesa con argomentazioni di tipo essenzialmente teologico, alla libertà di stampa viene riconosciuto il ruolo di strumento essenziale per tenere sotto controllo il potere e impedire a chi lo esercita di perseguire i propri personali interessi a discapito del benessere e dell’utile dei più; John Stuart Mill nel suo “Saggio sulla libertà” del 1855, vede nella libertà di stampa la sola garanzia per consentire la ricerca della verità; verità da ricercare affrontando anche il rischio derivante dal «seguire il proprio intelletto qualunque siano le conclusioni a cui esso conduce».

Il primo a porsi il problema sul modo in cui le forme e gli strumenti del comunicare influenzano e definiscono i rapporti sociali, nei termini che ci sono oggi familiari, è stato Alexis de Tocqueville (1805- 1859). Nel primo libro della Democrazia in America (1835), egli pone in evidenza, per la prima volta, lo scarto fra il puro contenuto e il medium che lo veicola e attribuisce alla stampa e al giornale in particolare, «istinti e passioni suoi propri». Nel secondo libro del 1840 egli enuncia la tesi secondo cui «i giornali si fanno sempre più necessari a mano a mano che gli uomini diventano più uguali e l’individualismo più temibile», in quanto costituiscono una sorta di essenziale tessuto connettivo della società democratica, la cui coesione non può essere più affidata né ai vincoli ereditari, né alle istituzioni statuali, né allo scambio linguistico faccia a faccia.

Sul concetto di Comunicazione John Dewey nel 1915 scriveva, in “Democrazia ed educazione”, «Il legame fra le parole “comune”, “comunità” e “comunicazione” non è solo verbale. Gli uomini vivono in comunità in virtù delle cose che hanno in comune, e la comunicazione è il modo in cui giungono a possedere cose in comune». E dieci anni dopo, in “Esperienza e natura” «La comunicazione è al tempo stesso assolutamente strumentale e assolutamente fine a se stessa […]. È strumentale in quanto ci libera dalla pressione, altrimenti schiacciante, degli eventi, e ci permette di vivere ,in un mondo di cose dotate di significato. E fine in sé in quanto condivisione degli oggetti e delle arti di cui una comunità fa tesoro, una condivisione che rafforza, approfondisce e consolida i significati». In Il pubblico e i suoi problemi del 1927, inoltre sosteneva la necessaria complementarità fra la comunicazione, intesa qui come sistema di scambi aperto e potenzialmente universale, proprio delle società moderne, e la preservazione delle comunità locali, luogo di dialogo e di partecipazione per tutti: «La visione è propria dello spettatore, l’udito del partecipante. La trasmissione per mezzo della stampa è parziale, e il pubblico che ne risulta è solo parzialmente informato e formato, fino a quando i significati che debbono essere trasmessi non passano da bocca a bocca».

Nel corso degli anni Settanta del secolo scorso, si giunge a sostenere che la Comunicazione, ovvero le convenzioni stabilite nella comunità ideale delle persone che parlano la stessa lingua, è alla base sia del vivere sociale, sia dell’elaborazione intellettuale.
Alcuni vedono nella comunità localizzata e ristretta dei rapporti «faccia a faccia» il correttivo di una Comunicazione anomica, senza nome, e la premessa necessaria di un flusso di Comunicazione effettivamente soddisfacente in democrazia. Altri ritengono invece che proprio lo sviluppo dei moderni media possa favorire il ritorno, in forma differente, a quel tipo di relazioni comunitarie, la cui distruzione è stata avviata molti secoli fa con la nascita dell’alfabeto. Alcuni autori fanno di una «comunità ideale» dei parlanti una sorta di premessa normativa della Comunicazione effettiva e della vita sociale in generale, mentre altri ancora vedono nelle tecnologie di Comunicazione, e in particolare nel computer, la premessa per una società insieme aperta e trasparente.
Non è mancato invece chi, come Gianni Vattimo ( La società trasparente, 1982), ha visto nella Comunicazione moderna, proprio per la sua frammentazione e la sua capacità dissolutiva degli antichi legami comunitari, una potenzialità liberatoria.

«Qual è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza, qual è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?» l’interrogativo, formulato da T.S. Eliot in La rocca (1953), torna più volte: ci si chiede in sostanza se la rappresentazione di tutta l’attività intellettuale in termini puramente trasmissivi non impoverisca l’idea di conoscenza propria della tradizione occidentale.

Oggi ci chiediamo se la Comunicazione come valore in sé e la diffusione dell’informatica che della comunicazione è insieme conseguenza e divulgatrice, nasconde una fase profondamente involutiva della cultura occidentale, sterile sul piano intellettuale e minacciosa per la democrazia sul piano politico.

 

 

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